La Pedagogia della Totalità

 “Chi cerca la verità nell’uomo deve farsi padrone del suo dolore.”  (Georges Bernanos)


La pedagogia della totalità in sintesi.

La pedagogia della totalità non mira a sconfiggere i sintomi con i farmaci che, comunque, se prescritti da uno specialista devono essere assunti, quanto a rieducare l’uomo che deve farsi padrone del suo dolore se vuole ritrovare quella libertà attraverso la quale può raggiungere la vera sanità e non solo la “semplice” salute.

La nostra ricerca ed ogni nostro eventuale intervento vanno al di là della psiche per incontrarsi con “L’IO-TU” (reciprocità e relazione) espressione più corretta per indicare la “Persona Umana”: questa, infatti, è il campo specifico di ogni nostro intervento di “pedagogia del benessere psicofisico”.

Alla base del metodo che ho voluto chiamare “pedagogia della totalità” non c’è l’intenzione di sostituire i precedenti e già consolidati approcci clinici e terapeutici verso l’attacco di panico o altre patologie legate all’ansia che restano validissimi (psicologia cognitivo comportamentale in primis, approccio psicanalitico ed altri in secundis) ma di integrarli intelligentemente tra loro in una sorta di sinergia, legata e funzionale alle reali necessità del paziente. Sono convinto, infatti, che sia il metodo a doversi adeguare al paziente e non il paziente al metodo. In molti casi la pedagogia della totalità, per la natura del suo metodo, non ha la necessità di legarsi ad un preesistente “disturbo della personalità” la cui diagnosi è, peraltro, peculiarità specifica dello psicologo. In psicologia, infatti, tutto parte da una diagnosi, dal rilevamento di un disturbo che abbia una causa scientificamente rintracciabile, tangibile, dimostrabile, empiricamente conoscibile. La mia personale convinzione è che, invece, la psiche sia solo uno dei linguaggi dell’uomoma certamente non l’unico e, pertanto, esso non può “pretendere” di rappresentare “la persona” nella sua interezza (totalità) né tantomeno di essere l’origine e il fine dei suoi disagi interiori. Il disagio di vivere, la paura, la solitudine, il lutto, il rifiuto subìto, ad esempio, possono essere emozioni espresse dalla psiche ma non necessariamente risiedere in essa.

Il pedagogista del benessere psicofisico, in questo senso,  deve essere una persona capace di “con-dividere” concretamente  le sofferenze del “paziente”, non solo nella fase iniziale della ricognizione dei problemi,  ma anche, e soprattutto, mentre lo accompagna nel viaggio verso la rieducazione alla vita e alla gioia con un progetto ben preciso e personalizzato. Sono convinto che, come nella genetica il DNA è unico ed irripetibile, così anche nella psicologia,  quello che amo definire il  “DNA emotivo ed emozionale” dei “pazienti”, sia unico ed irripetibile e come tale vada trattato e curato. Non esistono al mondo due persone che possano vivere la solitudine, la paura, il panico o qualsiasi altra forma di disagio, con sensazioni, emozioni e valutazioni identiche e, pertanto, non può esistere, a mio parere, un test diagnostico, un farmaco, una scuola di pensiero efficace per tutti.

Gian Luca Bellisario

 

 

 

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