Contributo firmato da Gian Luca Bellisario e pubblicato da AbruzzoLive TV il 15 agosto 2026, dopo la morte di Diomede Barchiesi, parente e amico dell’autore.

Estranei al fatto, non al problema

Diomede era uscito per riportare a casa i suoi figli.

Il resto lo avete letto. I giornali hanno raccontato tutto, più volte, e su quei secondi stanno lavorando i carabinieri. Non ci aggiungo una riga. Non ne so più di voi, e ci sono cose che spettano a un tribunale e non a chi scrive.

Era un mio parente e mi era amico. Lavorava allo stabilimento di Atessa, al reparto verniciature. Andava in bicicletta. Aveva tre figli.

Non è granché come ritratto, e va bene così, perché il punto non è che uomo straordinario fosse. Il punto è che era un uomo qualunque, andato nel mezzo della notte a fare la cosa più ordinaria che esista, e che quella cosa ordinaria gli è costata la vita.

Quello che segue non riguarda più lui. Riguarda noi.

In questi giorni ho sentito ripetere sempre la stessa frase. Io non c'ero. Non è colpa mia. Con quella notte non ho niente a che vedere.

Nemmeno io c'ero. L'ho pensato molte volte, e mi ha fatto bene, finché non ho capito che cosa quella frase mi stava permettendo di non domandarmi.

È una frase vera. La responsabilità penale è personale, accertarla spetta ai giudici e nessuno deve rispondere di un gesto che non ha compiuto. Ha però un limite. Risponde a una domanda che nessuno ci ha fatto, perché nessuno ci sta chiedendo se siamo colpevoli.

Essere estranei a un fatto, come comunità, non significa restare estranei al problema che proprio quel fatto rivela.

Sono due cose diverse e le abbiamo confuse. Abbiamo fatto coincidere la colpa con la responsabilità, e adesso chi non è colpevole si sente anche senza compiti. Così nascono comunità di soli innocenti, dove nessuno è responsabile e ogni tragedia trova mille estranei e nessun soggetto.

La responsabilità di cui parlo non cerca altri colpevoli, perché moltiplicare le colpe è il rovescio dell'estraneità e porta allo stesso immobilismo. Guarda avanti, e pone una domanda sola. Che cosa posso fare io, come cittadino, perché non accada di nuovo.

Educare prima che il gesto accada

Le tragedie come questa sembrano istantanee. Non lo sono. Fra la prima voce che si alza e il gesto che non si può più ritirare passa un tratto di tempo, e dentro quel tratto qualcuno avrebbe potuto fermare la sequenza. L'indignazione e la richiesta di pene più severe arrivano quando quel tempo è già passato. L'educazione è l'unica cosa che agisce mentre sta ancora passando.

Un pugno può uccidere è una frase vera che, da sola, non serve. Detta a un ragazzo che ha bevuto, che cerca un posto nel gruppo, che in quel momento vuole soltanto essere temuto, può addirittura suonare come la misura di un potere che gli appartiene. La prevenzione fondata sulla paura ottiene spesso il contrario di quello che promette, e nell'adolescenza più che altrove.

Quello che protegge davvero è ciò che un ragazzo ha già imparato a fare con la propria mente e con il proprio corpo prima di trovarsi lì. Riconoscere che cosa succede dentro di sé quando il respiro accelera, la voce sale, i muscoli si irrigidiscono e nasce la spinta a rispondere subito. In quei secondi esistono alternative praticabili. Fermarsi, arretrare, respirare, andarsene, chiedere aiuto. Si imparano prima, come si impara a nuotare quando non si è ancora in acqua.

Un Tavolo interistituzionale permanente

Non propongo niente di inedito. A Cardiff sanità, forze dell'ordine e amministrazioni incrociano i dati sulle aggressioni per individuare luoghi e orari che si ripetono. A Stoccolma istituzioni, polizia e personale dei locali lavorano insieme sulla violenza del divertimento notturno.

In Italia Ravenna, Oristano e Milano hanno forme permanenti di coordinamento sul disagio giovanile, a Pescara il Prefetto ne ha annunciata una quest'anno e la nostra provincia ha già avuto un Comitato tecnico per la prevenzione.

Il sindaco di Fossacesia, il giorno dopo, ha detto che dei giovani non ci si può occupare soltanto quando succede qualcosa di grave e che bisogna esserci prima. Sono parole esatte. Chiedo che diventino una sede di lavoro.

Propongo un Tavolo interistituzionale permanente per la prevenzione della violenza e del disagio giovanile, promosso dal Comune con la Prefettura, la ASL, le forze dell'ordine, le scuole, i servizi sociali ed educativi, le famiglie, le società sportive e i gestori dei luoghi frequentati dai giovani. Aperto ai Comuni vicini, perché i ragazzi di una notte d'estate non si fermano ai confini comunali.

Nei primi tre mesi basterebbe poco. Mettere insieme i dati che già esistono, guardare dove e quando le cose succedono davvero, scegliere due o tre azioni verificabili da avere pronte prima della prossima estate. Poi riunirsi ancora, con un calendario e non con un comunicato.

La sua forza starebbe in una cosa semplice. Ognuno di quei soggetti presidia un punto di interruzione diverso. La scuola vede segnali che nessun altro vede, le famiglie ne colgono altri dentro la vita di ogni giorno, i servizi sociali e sanitari seguono le fragilità, le forze dell'ordine leggono gli spazi pubblici, educatori e gestori dei locali incontrano i ragazzi dove nascono le tensioni. Metterli insieme significa leggere il territorio prima dell'emergenza.

Sanità educativa e responsabilità dei contesti

Chiamo sanità educativa questo modo di lavorare, l'educazione come promozione della salute di una comunità e non come rimedio applicato dopo il danno.

Alla ASL non chiedo una presenza formale. Gli accessi al pronto soccorso per aggressione, senza nomi e aggregati per luogo e orario, dicono con esattezza dove e quando una comunità si fa male. Su quel dato Cardiff ha ridotto la violenza notturna. Lo stesso servizio che in questi giorni ha assistito Diomede può diventare quello che impedisce il prossimo ricovero.

Famiglie, ragazzi e prevenzione

Alle famiglie chiedo la parte più scomoda. Se avete figli che escono la sera, sapete di che cosa parlo. Molti segnali si vedono soltanto in casa, in come un ragazzo incassa una frustrazione, sta dentro un gruppo, usa l'alcol, interpreta la forza e l'umiliazione. Chiedere aiuto per un figlio non è confessare un fallimento.

Ai ragazzi non chiedo di avere paura, che è la pedagogia più inefficace di tutte. Noi adulti non abbiamo insegnato quasi niente, su questo.

Il monumento che gli somiglia

La prevenzione ha un difetto ingrato. Quando funziona quasi nessuno se ne accorge, perché non produce titoli. Fa tornare qualcuno a casa.

Non c'è modo di riportare a casa Diomede, ma c'è ancora modo di riportare a casa qualcun altro, e sarà quello, se avremo il coraggio di costruirlo, l'unico monumento che gli somiglia.

La giustizia farà il suo corso e non le si può chiedere altro. A noi resta la responsabilità di quello che accadrà. Fare in modo che nessun altro debba trovarsi da solo, nel mezzo della notte, a fare da ultimo argine.

Di una cosa, conoscendolo, sono certo: Diomede lo vorrebbe.

Gian Luca Bellisario, specializzato in pedagogia clinica e giuridica, già psicopedagogista, esperto in neuropedagogia; Presidente nazionale A.N.I.Ped.