Un distanziamento critico: l’autore rilegge il proprio testo con occhi nuovi

Recensire il proprio libro è un esercizio di onestà intellettuale. Non si tratta di autocelebrazione, ma di un distanziamento critico che permette di vedere il testo con occhi diversi, e cioè con quelli del lettore che non sa ancora cosa troverà, e con quelli dello studioso che sa perfettamente cosa voleva dire e in che misura ci è riuscito. Questa doppia prospettiva, raramente disponibile a chi presenta un volume altrui, costituisce la specificità della recensione dell’autore, e ne fa al tempo stesso un esercizio difficile e prezioso.

«La Scuola della Totalità» è nato da un’esperienza trentennale, non da un progetto a tavolino. Questo rende la recensione dell’autore un esercizio peculiare: non si può fingere di non ricordare perché certi capitoli sono stati scritti in un certo modo, quali pressioni ha subito il testo durante la sua elaborazione, quali parti sono riuscite meglio di quanto previsto e quali hanno conservato una certa inadeguatezza rispetto all’ambizione iniziale.

La duplicità di prospettiva come limite e come risorsa

Il testo che segue non pretende di essere neutro, perché la neutralità sarebbe impossibile e, ancor prima, sarebbe disonesta. È scritto da chi conosce il volume dall’interno e cerca di vederlo dall’esterno, sapendo che questa duplicità di prospettiva è al tempo stesso un limite, perché si è troppo vicini, e una risorsa, perché si conosce ciò che il lettore esterno non può vedere. La recensione si propone, allora, di sfruttare la risorsa senza nascondere il limite, e di offrire al lettore una chiave che gli permetta di leggere il libro consapevole delle sue scelte, delle sue ambizioni e delle sue difficoltà.

Le motivazioni del volume

Il volume nasce dalla convinzione, maturata in trent’anni di pratica pedagogica clinica e giuridica, che la cultura pedagogica italiana avesse bisogno di una sintesi capace di tenere insieme tre nuclei che la frammentazione delle specializzazioni tendeva a separare. Il primo nucleo riguarda l’identità epistemologica della pedagogia clinica come scienza autonoma della cura educativa, distinta dalle discipline confinanti senza esserne subalterna. Il secondo nucleo riguarda il modello teorico della Totalità come superamento operativo della pedagogia della globalità. Il terzo nucleo riguarda l’applicazione del modello nei contesti scolastici reali, e la sua capacità di parlare a una scuola che vive una crisi di senso prima ancora che una crisi di risorse.

Tenere insieme questi tre nuclei non è stato semplice, e il volume porta i segni di questa difficoltà. Alcuni capitoli, soprattutto nella parte centrale, scelgono di sacrificare un certo livello di rigore teorico per guadagnare in concretezza operativa. Altri capitoli, soprattutto nella parte iniziale, conservano un’ambizione epistemologica che il lettore non specialista potrebbe trovare impegnativa. La scelta di non uniformare il registro è stata consapevole, e nasce dalla convinzione che un libro di pedagogia clinica debba poter parlare contemporaneamente al professionista e al lettore colto, senza ridursi a manuale tecnico né a divulgazione superficiale.

Le sfide e i punti di tensione

Le sfide principali sono state due. La prima è stata costruire un linguaggio capace di sostenere l’intero arco argomentativo senza sacrificare la precisione tecnica nei passaggi di sintesi. La seconda è stata mantenere l’attenzione al caso concreto, e cioè alla persona reale che attraversa l’esperienza educativa, senza ridurre la teoria a esemplificazione casistica. Queste due sfide non sono state risolte in modo definitivo, e a distanza di anni dalla pubblicazione resta chiaro che il volume avrebbe potuto guadagnare da una revisione che le affrontasse con maggior radicalità.

Sui punti di tensione, la recensione segnala onestamente alcuni nodi che la critica accademica ha giustamente sollevato. Il rapporto fra il modello della Totalità e le tradizioni pedagogiche da cui esso si differenzia, in particolare la pedagogia della globalità, avrebbe meritato un’esplicitazione più puntuale. La descrizione delle quattro dimensioni come inscindibili, pur essendo teoricamente fondata, chiedeva di essere sostenuta da una casistica più ampia nelle parti dedicate all’applicazione. Le implicazioni del modello per la valutazione scolastica, accennate nel capitolo conclusivo, avrebbero potuto essere sviluppate in un’appendice operativa.

I risultati conseguiti e le prospettive aperte

Al netto di questi limiti, il volume ha ottenuto risultati che vale la pena riconoscere. Ha restituito alla pedagogia clinica una collocazione epistemologica precisa, distinta dalle discipline confinanti e capace di dialogare con esse senza sovrapposizioni. Ha proposto un modello teorico che si lascia leggere come strumento operativo e non soltanto come dichiarazione di principio. Ha mostrato che la cultura pedagogica italiana ha ancora le risorse per produrre elaborazioni originali, e non è condannata a importare modelli costruiti in altre tradizioni disciplinari.

Le prospettive aperte dal volume riguardano principalmente tre direzioni di lavoro. La prima è l’approfondimento delle applicazioni del modello nei diversi contesti della cura educativa, dalla scuola al lavoro sociale, dalla consulenza pedagogica forense alla supervisione professionale. La seconda è la verifica empirica delle ricadute operative del modello, attraverso ricerche che mettano alla prova le sue previsioni nei contesti reali. La terza è il dialogo con le tradizioni pedagogiche internazionali, e la costruzione di un linguaggio che permetta al modello della Totalità di entrare nel dibattito scientifico al di fuori dei confini italiani. Queste prospettive non sono compito esclusivo dell’autore, ma riguardano la comunità professionale e accademica che si riconosce in questi temi, e che è chiamata a portarli avanti collegialmente.