La pedagogia della presenza: creare condizioni, non trasmettere risposte

Il titolo è volutamente paradossale. Non si vuole sostenere che gli educatori debbano astenersi dal trasmettere contenuti, valori o competenze: sarebbe una tesi assurda, e nessuna pratica educativa potrebbe sostenersi su una rinuncia simile. Si vuole, piuttosto, mettere in discussione un certo modo di intendere l’insegnamento, vale a dire la riduzione dell’atto educativo a una trasmissione unidirezionale che procede da chi sa a chi non sa, da chi possiede a chi non possiede, da chi è formato a chi deve essere formato.

L’educatore autentico rinuncia continuamente alla tentazione di sostituirsi al soggetto in formazione. Ogni volta che risolve un problema al posto suo, ogni volta che fornisce la risposta prima che la domanda sia davvero emersa, riduce lo spazio dell’autonomia e impoverisce la struttura formativa della relazione. Questo non significa che l’educatore sia passivo, perché la passività sarebbe a sua volta una forma di abbandono. Significa, più precisamente, che la sua attività appartiene a un ordine diverso da quello della trasmissione frontale: costruisce contesti, predispone opportunità, abita relazioni in modo tale che il soggetto in formazione possa incontrarsi con la realtà nei tempi e nei modi che gli appartengono.

Insegnare ed educare: una distinzione costitutiva, non gerarchica

La distinzione tra insegnare ed educare non si esaurisce in una questione di metodo. È, in senso più radicale, una questione di finalità. L’insegnante ha come riferimento un contenuto da trasmettere, e organizza la propria azione attorno a quel contenuto. L’educatore ha come riferimento una persona da accompagnare, e organizza la propria azione attorno alla totalità di quella persona, nelle sue dimensioni cognitiva, affettiva, corporea e relazionale. Nella prospettiva della Pedagogia della Totalità questa distinzione non è gerarchica: nessuna delle due funzioni vale più dell’altra, e la pretesa di subordinare l’istruzione all’educazione, o viceversa, produce regolarmente esiti deformanti.

Confondere insegnamento ed educazione, tuttavia, non arricchisce nessuna delle due: le impoverisce entrambe. L’insegnamento confuso con l’educazione perde la propria specificità tecnica, la capacità di organizzare la conoscenza secondo logiche disciplinari riconoscibili, la possibilità stessa di valutare l’apprendimento secondo criteri pertinenti. L’educazione confusa con l’insegnamento si trasforma in un addestramento mascherato, in una forma di trasmissione di norme che svuota la relazione del suo carattere generativo e riduce il soggetto in formazione a destinatario di contenuti.

La pedagogia della presenza nella tradizione della Pedagogia della Totalità

Nella Pedagogia della Totalità il principio della presenza educativa si articola come postura, non come tecnica. La presenza non è semplice prossimità fisica, e non si misura dal tempo che l’educatore trascorre accanto al soggetto in formazione. È, piuttosto, la qualità di un’attenzione che riconosce l’altro come persona intera, capace di iniziativa, di domanda, di errore, di ripresa. L’educatore presente non riempie i silenzi, non anticipa le risposte, non risolve i conflitti per via amministrativa. Tiene aperto lo spazio in cui il soggetto possa esercitare la propria capacità di scelta, e interviene quando l’esercizio di quella capacità rischierebbe di compromettersi senza un sostegno calibrato.

Questa postura non è facile, e non è sempre gratificante. Educare per via indiretta significa rinunciare alla soddisfazione immediata del risultato visibile, accettare che il frutto del lavoro educativo si manifesti talvolta molto dopo l’azione, e che la maggior parte di ciò che è stato messo in moto resti, agli occhi dell’educatore, invisibile. Per questo l’educatore autentico ha bisogno di un quadro teorico solido, di una comunità professionale di riferimento, e di un orizzonte di senso che gli permetta di restare nella relazione anche quando i suoi effetti non si lasciano misurare.

Quando la rinuncia all’insegnamento diretto diventa errore

La tesi sostenuta non va equivocata. Rinunciare all’insegnamento diretto non significa rinunciare a indicare, a correggere, a contraddire quando occorre. Esistono momenti, nella relazione educativa, in cui il soggetto in formazione ha bisogno di una parola netta, di una posizione assunta, di un confine riconoscibile. L’educatore che si nasconde dietro una neutralità apparente, e lascia al soggetto l’intero carico della costruzione di sé, abbandona la propria responsabilità sotto le spoglie di un rispetto malinteso.

Il punto di equilibrio sta nel sapere quando dire e quando tacere, quando indicare e quando lasciare scoprire, quando intervenire e quando trattenersi. Questa sapienza pratica non si trasmette per via manualistica: si costruisce nell’esercizio prolungato della relazione educativa, sotto la guida di una supervisione competente, dentro una cornice teorica che renda riconoscibili gli errori prima che diventino strutturali. È in questo senso che la pedagogia della presenza si rivela una disciplina esigente, e non un facile alibi per chi preferirebbe non intervenire affatto.