L’insicurezza come condizione esistenziale generativa

L’insicurezza è una delle condizioni più diffuse e meno comprese della nostra epoca. Viene spesso trattata come un difetto da correggere o come una debolezza da mascherare, quando invece è quasi sempre un segnale, e precisamente il segnale di un bisogno insoddisfatto, di una relazione che non ha tenuto, di un contesto che non ha offerto abbastanza stabilità per permettere al soggetto di costruire una base sicura. Leggere l’insicurezza come deficit significa, già nel punto di partenza, sottrarle la propria funzione conoscitiva: prima ancora di essere un problema da risolvere, l’insicurezza è una forma di sapere che il soggetto ha di sé.

Pedagogicamente, l’insicurezza ha senso essere accolta prima che contrastata. Un soggetto in formazione che sente la propria insicurezza riconosciuta, non negata, non ridicolizzata, non immediatamente «riparata», ha già compiuto il primo passo verso la costruzione di una fiducia più solida. Il riconoscimento, qui, non è una concessione retorica, ma un atto educativo nel senso pieno del termine: stabilisce che ciò che il soggetto prova è legittimo, che il suo modo di stare al mondo è degno di considerazione, che la fragilità non lo esclude dalla relazione.

Trasformare il rapporto con l’insicurezza, non eliminarla

La pedagogia, in questo senso, non si propone di immunizzare il soggetto dalle proprie insicurezze, perché un’immunizzazione di questo tipo sarebbe non solo impossibile ma educativamente dannosa. Si propone, piuttosto, di trasformare il rapporto che il soggetto intrattiene con esse, e non è la stessa cosa. Il soggetto che impara a stare nella propria insicurezza senza esserne travolto ha acquisito qualcosa che nessuna tecnica può dare dall’esterno, una risorsa interiore che si costruisce solo nell’esperienza vissuta e riconosciuta dentro una relazione che la sostenga.

Questo lavoro educativo procede per via lenta, e non si presta alle scorciatoie. Le tecniche di gestione dell’ansia, gli esercizi di consapevolezza, le pratiche di rilassamento hanno la loro utilità, ma non sostituiscono la costruzione di un rapporto più maturo con la propria fragilità. L’educatore che propone tecniche senza accompagnare la maturazione del rapporto con sé rischia di consegnare al soggetto strumenti che lavorano sui sintomi e lasciano intatto il nodo, mentre l’educatore che accompagna la maturazione senza offrire strumenti rischia di lasciare il soggetto solo nel mezzo di un cammino che non sa come percorrere.

Le quattro dimensioni dell’insicurezza nella Pedagogia della Totalità

La Pedagogia della Totalità, con la sua attenzione alle dimensioni cognitiva, affettiva, corporea e relazionale come sistema inscindibile, trova nell’insicurezza una delle sue domande fondative. L’insicurezza, infatti, non si manifesta mai in una sola dimensione: investe simultaneamente la rappresentazione di sé, la qualità degli affetti, il tono corporeo, la capacità di stare nelle relazioni. Affrontarla per segmenti, come se appartenesse a una sola dimensione, produce regolarmente interventi parziali e quindi inefficaci.

Sul piano cognitivo, l’insicurezza si presenta come incertezza nelle proprie capacità, dubbio sulle proprie scelte, difficoltà a tenere insieme una rappresentazione coerente di sé. Sul piano affettivo, prende la forma della paura, dell’imbarazzo, della vergogna, del senso di inadeguatezza. Sul piano corporeo, si esprime nella tensione, nella postura, nel tono, in un corpo che si fa piccolo per non occupare spazio. Sul piano relazionale, si manifesta nella difficoltà a esporsi, nella tendenza a sottrarsi, nel timore del giudizio. L’intervento educativo, per essere efficace, deve riconoscere queste manifestazioni insieme, e lavorare sull’intera configurazione, non su un suo segmento isolato.

Educare alla capacità di abitare l’incertezza

La domanda che la Pedagogia della Totalità pone all’insicurezza è radicale: come si educa una persona a essere pienamente se stessa anche quando questo significa attraversare l’incertezza senza la garanzia di arrivare da qualche parte? La domanda non è retorica. La cultura contemporanea offre al soggetto promesse di prevedibilità che non può mantenere, modelli di successo che si rivelano fragili al primo ostacolo, strumenti di rassicurazione che funzionano fino a quando le condizioni restano stabili e crollano quando le condizioni cambiano.

Educare alla capacità di abitare l’incertezza significa, allora, costruire nel soggetto un rapporto con sé che resista anche quando il contesto non offre più appigli. Non si tratta di insegnargli a non aver paura, perché la paura ha la sua funzione e va rispettata. Si tratta di accompagnarlo a riconoscere la propria insicurezza come parte della propria esperienza, a darle un nome, a integrarla nella propria storia, e a scoprire che proprio nel tentativo di attraversarla si costruisce una forma di solidità che la prevedibilità non avrebbe mai potuto offrire.