Il profilo umano, parlamentare e accademico

L’On. Prof. Nicola Bellisario (Lanciano, 1921 – 2015) è stato deputato della Democrazia Cristiana nella VI Legislatura (1972–1976), membro dell’VIII Commissione Istruzione della Camera, già assistente universitario di Aldo Moro all’Università di Bari. Il 18 maggio 1973 presentò alla Camera la proposta di legge n. 2150, divenuta Legge 29 aprile 1976 n. 238 sulla configurazione autonoma dell’insegnamento della psichiatria e della neurologia, norma propedeutica alla Legge 13 maggio 1978 n. 180, comunemente conosciuta come Legge Basaglia.

Questo ritratto commemorativo, scritto dal figlio Gian Luca Bellisario, ne traccia il profilo di uomo, politico e credente. Non è agiografia, e non vuole esserlo: è memoria critica e affettuosa di una figura che ha segnato la storia educativa, politica e culturale abruzzese del Novecento, e che merita di essere ricordata senza concessioni alla retorica commemorativa che, troppo spesso, finisce per impoverire proprio le figure che vorrebbe celebrare.

La continuità tra il credere e il fare

Quello che colpisce, a distanza di anni dalla sua scomparsa, non è tanto la figura pubblica, il deputato, il professore, il collaboratore di Aldo Moro, quanto la coerenza tra la sua concezione dell’educazione e il suo stile di vita. Per lui non esisteva una separazione netta tra il lavoro parlamentare e il pensiero pedagogico: la Legge n. 238 del 1976 non era un atto politico separato da una visione del mondo, ma la traduzione legislativa di una concezione dell’uomo che attraversava tutto il suo operato.

È questo, più dei riconoscimenti, più delle cariche, ciò che il presente ritratto tenta di restituire: la continuità tra il credere e il fare, tra la fede e la responsabilità pubblica. Una continuità che, oggi, sembra appartenere a un’epoca lontana, in cui la politica era ancora un esercizio di mediazione fra le proprie convinzioni più profonde e le esigenze del mondo, e non un genere televisivo. Nicola Bellisario apparteneva a quella generazione di parlamentari per i quali la coerenza non era una posa ma un dovere quotidiano, e questa coerenza si pagava in tempo, in fatica, in rinunce silenziose che la storiografia ufficiale raramente raccoglie.

Il pedagogo prima del legislatore

Nicola Bellisario fu, prima di ogni altra cosa, un pedagogo. La sua formazione filosofica e accademica, maturata all’Università di Bari accanto ad Aldo Moro, lo aveva educato a pensare la politica come applicazione di una visione dell’uomo, e non come gestione tattica di interessi. Quando entrò alla Camera nel 1972, portava con sé un’esperienza scolastica e universitaria pluridecennale che lo rese, fin dai primi mesi, un punto di riferimento nell’VIII Commissione Istruzione, dove le sue competenze tecniche dialogavano con una sensibilità politica costruita sul campo.

La proposta di legge n. 2150 del 18 maggio 1973 non nacque da una commissione ministeriale, ma dalla convinzione personale che la psichiatria e la neurologia non potessero più condividere lo stesso insegnamento universitario senza danneggiare entrambe le discipline. Era una posizione coraggiosa, in un momento in cui il dibattito sulla salute mentale stava maturando ma non aveva ancora trovato le proprie forme legislative compiute. La Legge 29 aprile 1976 n. 238, frutto di quel lavoro, costituì un passaggio tecnico fondamentale, e aprì la strada al cambiamento di paradigma che la Legge 180 del 1978 avrebbe poi sancito sul piano dei servizi e dell’organizzazione.

La fede come radice della responsabilità pubblica

Il titolo «Uomo di fede» non vuole essere un’etichetta confessionale, e tantomeno un’apologia. La fede di Nicola Bellisario era, nel suo senso più proprio, una radice della responsabilità pubblica: la convinzione che ogni essere umano avesse un valore irriducibile, che ogni vita meritasse di essere accompagnata, che ogni progetto educativo dovesse partire dal riconoscimento di questa irriducibilità. È da qui che nasceva la sua attenzione per le persone più fragili, per gli studenti in difficoltà, per i contesti familiari ai margini, per le situazioni che la cultura del successo tendeva a rendere invisibili.

Era credente, nel senso che riconosceva una dimensione trascendente alla persona umana, ma era anche credibile, nel senso che la sua condotta quotidiana corrispondeva alle convinzioni dichiarate. Per questo, scrivere oggi di lui significa scrivere di una figura che resta esemplare non per le imprese eccezionali, ma per la qualità ordinaria di un’esistenza in cui ogni atto pubblico aveva una corrispondenza privata, e ogni convinzione privata trovava una verifica nel mondo. Una pedagogia, in questo senso, prima ancora di essere una disciplina, è una forma di vita; e la vita di Nicola Bellisario è stata, nel pieno senso del termine, una pedagogia.