Una domanda che rivela un presupposto
Quando una persona che soffre d’ansia si rivolge a uno studio nel quale lavorano un pedagogista e uno psicoterapeuta, la domanda che formula più spesso riguarda la scelta del professionista a cui affidarsi. È una domanda legittima, che merita una risposta precisa, ma porta con sé un presupposto raramente esaminato: l’idea che la salute mentale appartenga per intero alle professioni che la diagnosticano e la curano, mentre all’educazione resterebbe, tutt’al più, il compito di seguire i bambini nel percorso scolastico.
Il presupposto ha una storia lunga e comprensibile, perché per decenni la sofferenza psichica è stata pensata soprattutto come malattia da trattare in luoghi separati dalla vita comune. Nella lettura che ne propongo, la lezione di Franco Basaglia ha rovesciato quella prospettiva mostrando che la salute mentale si gioca anche nei contesti in cui le persone vivono, lavorano e costruiscono legami; ed è proprio in quei contesti che l’educazione ha qualcosa di proprio da dire, con un sapere specifico.
Curare ed educare: due verbi per la stessa persona
Si pensi a una persona che, dopo alcuni attacchi di panico, ha smesso di prendere l’autobus, ha ridotto le uscite, ha interrotto gli studi o fatica a rientrare al lavoro. Il disturbo, con la sua storia e i suoi meccanismi, è oggetto della valutazione psicologica e, quando necessario, della psicoterapia o della cura medica. Accanto al disturbo esiste però una vita che si è ristretta: giornate senza ritmo, competenze non più esercitate, relazioni familiari riorganizzate intorno alla paura, un progetto personale sospeso. Questa dimensione educativa non è un effetto collaterale destinato a scomparire da sé, perché ciò che si è disimparato va reimparato e ogni apprendimento modifica il comportamento e, con esso, lo stile di vita della persona.
In questo senso la salute mentale si può educare oltre che curare. Il lavoro pedagogico agisce sulle condizioni educative nelle quali la persona torna a esercitare autonomia, scelta e partecipazione, dalla ripresa delle routine all’organizzazione della giornata, dal metodo di studio al rientro al lavoro, dalla comunicazione in famiglia alla genitorialità messa alla prova dalla sofferenza, fino alla costruzione di un progetto possibile.
Nella definizione dell’Organizzazione mondiale della sanità la salute mentale è uno stato di benessere mentale che permette alle persone di affrontare lo stress della vita, realizzare le proprie capacità, apprendere e lavorare bene e contribuire alla propria comunità (World Health Organization [WHO], 2026). L’apprendimento vi compare dunque fra le capacità che la salute mentale rende possibili: su questo terreno si innesta il lavoro educativo.
L’idea che la salute mentale si possa educare, che la pedagogia coltiva come oggetto proprio, trova ampio riscontro anche nella ricerca internazionale sulla promozione della salute. Da quasi trent’anni quella letteratura parla di mental health literacy, cioè delle conoscenze e delle competenze che permettono di ottenere e mantenere una buona salute mentale, di comprendere i disturbi e i loro trattamenti, di ridurre lo stigma e di chiedere aiuto in modo efficace (Jorm et al., 1997; Kutcher et al., 2016). La Carta di Ottawa indica nell’educazione alla salute e nello sviluppo delle competenze di vita una via della promozione della salute, da realizzare a scuola, in famiglia, nel lavoro e nella comunità (WHO, 1986); una meta-analisi dei programmi scolastici di apprendimento socio-emotivo ha documentato effetti positivi su competenze, atteggiamenti, comportamenti e rendimento scolastico (Durlak et al., 2011), mentre una rassegna delle revisioni sistematiche raccoglie le prove di efficacia degli interventi di promozione della salute mentale a scuola (Weare e Nind, 2011); il rapporto mondiale sulla salute mentale, infine, colloca i programmi di apprendimento socio-emotivo fra le strategie di promozione più efficaci (WHO, 2022).
In Italia l’Istituto Superiore di Sanità ha valutato nelle scuole un programma universale di promozione della salute mentale con esiti positivi (Gigantesco et al., 2015); la ricerca pedagogica usa l’espressione “educazione alla salute mentale” per le pratiche educative che promuovono il benessere e prevengono il disagio (Daniele, 2023) e studia il lavoro educativo nei servizi di salute mentale (Palmieri e Gambacorti-Passerini, 2019).
Gli atti propri del pedagogista
La Legge 15 aprile 2024, n. 55, stabilisce che l’attività professionale del pedagogista comprende “l’uso di strumenti conoscitivi, metodologici e di intervento per la prevenzione, l’osservazione pedagogica, la valutazione e l’intervento pedagogico sui bisogni educativi manifestati dal bambino e dall’adulto nei processi di apprendimento” (art. 1, comma 1). La formula è parallela a quella con cui la Legge 18 febbraio 1989, n. 56, definisce la professione di psicologo, che comprende “l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico” (art. 1). Le due norme assegnano a ciascuna professione un oggetto proprio; ciascun oggetto chiede strumenti propri.
A questa definizione si lega il principio dal quale, a mio giudizio, dipende la dignità della professione pedagogica e della pedagogia clinica: l’apprendimento modifica il comportamento e il pedagogista è l’esperto dei processi di apprendimento. Che l’apprendimento modifichi il comportamento è un’idea radicata nella tradizione pedagogica, che vede nell’educazione la “ricostruzione o riorganizzazione dell’esperienza” (Dewey, 1916, cap. 6), e confermata dalle scienze dell’apprendimento. La definizione più diffusa nei manuali descrive l’apprendimento come una modificazione relativamente stabile del comportamento prodotta dalla pratica o dall’esperienza; Lachman (1997), discutendola, lo ridefinisce come il processo attraverso il quale l’esperienza produce cambiamenti relativamente duraturi nel comportamento potenziale; una delle definizioni recenti più discusse lo intende come cambiamento del comportamento prodotto dalle regolarità dell’ambiente (De Houwer et al., 2013).
Ne discende che il pedagogista, lavorando sull’apprendimento con strumenti educativi, agisce per favorire il miglioramento del comportamento nella vita di ogni persona: nelle abitudini e nelle routine, nello studio e nel lavoro, nelle relazioni e nelle scelte. In questo senso, anche se non soltanto in questo senso, può aiutare persone di ogni età, con o senza una patologia, perché si rivolge alle aree di educabilità della persona umana; per questo il suo aiuto è possibile in qualunque situazione della vita. La L. 55/2024, del resto, lo qualifica come “specialista dei processi educativi e formativi della persona per tutto il corso della vita” (art. 1, comma 2).
Nel lavoro pedagogico-clinico questi atti prendono forma concreta. L’osservazione pedagogica ricostruisce il funzionamento quotidiano della persona, le sue risorse e gli ostacoli presenti nei contesti; la valutazione individua i bisogni educativi e le condizioni che possono favorire il cambiamento; l’intervento si traduce in un progetto con obiettivi, tempi e criteri di verifica condivisi. La Pedagogia della Totalità, che orienta il mio lavoro, impedisce di ridurre la persona al sintomo o alla prestazione e tiene insieme le dimensioni cognitiva, affettiva, corporea e relazionale, perché a smettere di uscire di casa è la persona intera, non soltanto la sua paura.
Atti propri, percorsi reciproci
Riconoscere gli atti propri di ciascuna professione serve a proteggere la persona, che resta una sola. Al pedagogista appartengono la prevenzione, l’osservazione, la valutazione e l’intervento sui bisogni educativi che la persona manifesta nei processi di apprendimento, anche quando quei bisogni nascono dentro una sofferenza psichica. La diagnosi psicologica appartiene allo psicologo; la psicoterapia allo psicoterapeuta, psicologo o medico che abbia conseguito una specializzazione almeno quadriennale (L. 56/1989, art. 3); la diagnosi e la terapia medica, compresa quella farmacologica, appartengono al medico e, per i disturbi mentali, allo psichiatra o, in età evolutiva, al neuropsichiatra infantile.
Da questa distinzione discende una conseguenza che il dibattito professionale tende a trascurare. Quando i bisogni educativi e quelli psicologici coesistono, i percorsi possono procedere in parallelo e rafforzarsi a vicenda, secondo un principio di reciprocità che vale anche per gli invii: lo psicoterapeuta orienta al pedagogista quando la sofferenza ha lasciato una vita da riorganizzare, il pedagogista orienta allo psicologo o al medico quando la domanda chiede una diagnosi o un trattamento psicologico o medico. Ciascuna delle due professioni ha un oggetto e atti propri.
In questa luce va letta anche la formula con cui la legge colloca il pedagogista nel comparto socio-sanitario, “limitatamente agli aspetti socio-educativi” (L. 55/2024, art. 1, comma 2). La formula delimita un campo preciso e, nello stesso tempo, vasto quanto la vita quotidiana di chi soffre.
Verso una sanità educativa
Nel volume Educare la Salute Mentale ho proposto di chiamare sanità educativa questa prospettiva: un modo di pensare la salute che riconosce all’educazione un ruolo proprio nella prevenzione del disagio, nella valorizzazione delle risorse della persona e nella ricostruzione dei contesti di vita. Significa prendere sul serio l’idea che la salute mentale di una persona dipenda anche da ciò che essa è ancora in grado di imparare.
Resta allora una domanda, che riguarda i servizi prima ancora dei professionisti: quante persone che oggi ricevono soltanto un trattamento potrebbero ricevere anche un’educazione alla salute mentale, se le équipe della salute mentale riconoscessero stabilmente alla pedagogia il posto che la legge già le riconosce?
Riferimenti
- Bellisario, G. L. (2025). Educare la Salute Mentale: La pedagogia clinica come scienza della cura nei sistemi complessi, da Franco Basaglia alla pedagogia del futuro. FrancoAngeli.
- Daniele, K. (2023). La valutazione degli interventi di educazione alla salute mentale nella scuola: Rappresentazioni di insegnanti e dirigenti. Pedagogia Oggi, 21(1), 237–243. https://doi.org/10.7346/PO-012023-27
- De Houwer, J., Barnes-Holmes, D., & Moors, A. (2013). What is learning? On the nature and merits of a functional definition of learning. Psychonomic Bulletin & Review, 20(4), 631–642. https://doi.org/10.3758/s13423-013-0386-3
- Dewey, J. (1916). Democracy and education: An introduction to the philosophy of education. Macmillan. Testo integrale (la traduzione della citazione è dell’autore).
- Durlak, J. A., Weissberg, R. P., Dymnicki, A. B., Taylor, R. D., & Schellinger, K. B. (2011). The impact of enhancing students’ social and emotional learning: A meta-analysis of school-based universal interventions. Child Development, 82(1), 405–432. https://doi.org/10.1111/j.1467-8624.2010.01564.x
- Gigantesco, A., Del Re, D., Cascavilla, I., Palumbo, G., De Mei, B., Cattaneo, C., Giovannelli, I., & Bella, A. (2015). A universal mental health promotion programme for young people in Italy. BioMed Research International, 2015, Article 345926. https://doi.org/10.1155/2015/345926
- Jorm, A. F., Korten, A. E., Jacomb, P. A., Christensen, H., Rodgers, B., & Pollitt, P. (1997). “Mental health literacy”: A survey of the public’s ability to recognise mental disorders and their beliefs about the effectiveness of treatment. Medical Journal of Australia, 166(4), 182–186. https://doi.org/10.5694/j.1326-5377.1997.tb140071.x
- Kutcher, S., Wei, Y., & Coniglio, C. (2016). Mental health literacy: Past, present, and future. The Canadian Journal of Psychiatry, 61(3), 154–158. https://doi.org/10.1177/0706743715616609
- Lachman, S. J. (1997). Learning is a process: Toward an improved definition of learning. The Journal of Psychology, 131(5), 477–480. https://doi.org/10.1080/00223989709603535
- Legge 18 febbraio 1989, n. 56. Ordinamento della professione di psicologo, artt. 1 e 3. Normattiva.
- Legge 15 aprile 2024, n. 55. Disposizioni in materia di ordinamento delle professioni pedagogiche ed educative e istituzione dei relativi albi professionali, art. 1, commi 1 e 2. Normattiva.
- Palmieri, C., & Gambacorti-Passerini, M. B. (2019). Il lavoro educativo in salute mentale: Una sfida pedagogica. Guerini e Associati.
- Weare, K., & Nind, M. (2011). Mental health promotion and problem prevention in schools: What does the evidence say? Health Promotion International, 26(Suppl. 1), i29–i69. https://doi.org/10.1093/heapro/dar075
- World Health Organization. (1986). Ottawa charter for health promotion. https://www.afro.who.int/sites/default/files/2017-06/hpr%20ottawa_charter.pdf
- World Health Organization. (2022). World mental health report: Transforming mental health for all. https://www.who.int/publications/i/item/9789240049338
- World Health Organization. (2026, 11 settembre). Mental health [Scheda informativa]. Consultata il 30 settembre 2026, da https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/mental-health-strengthening-our-response (la traduzione della definizione è dell’autore).