LA PEDAGOGIA DEL CORAGGIO Riflessioni sulla gestione della paura per una nuova assertività (di Gian Luca Bellisario)
prendendo spunto da una preziosa lettera di don Michelino di Lorenzo di
Lanciano, mi viene in mente una riflessione sulla “PAURA” e su come la pedagogia sulle
strategie di gestione della paura ci possa venire incontro.
La Paura, come afferma Don Michelino, “è il primo passo verso la schiavitù, nemica
della vita e nemica della libertà. Quel che è peggio è che la paura è irragionevole,
quindi la non ragione è il segno del suo riconoscimento
Dobbiamo quindi distinguere la paura “per” noi stessi, la paura “di” noi stessi e la paura
In tutte queste diverse accezioni la paura “irragionata” è altamente nociva e
pericolosissima per le nostre relazioni con gli altri e per il nostro stesso sistema
La paura “per” noi stessi è quella che ci richiama al senso di autoprotezione dagli eventi
che on possiamo controllare e ci porta ad adottare un insieme di precauzioni che, se
non legate al dominio ed al controllo della ragione, possono divenire dimensioni
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La paura “di” noi stessi, specie in questo periodo, è la dimensione nella quale non ci
riconosciamo più dentro la coerenza “ragione-emotività” e quindi temiamo per io
nostro disequilibrio psico-emotivo e socio-relazionale (laddove, ad esempio, spesso
possiamo affermare: non mi riconosco più, dono perduto, sono giorni che non esco,
sto scoprendo lati di me che non avevo mai conosciuto, gli altri mi vedono nervoso/a,
La paura IN noi stessi è, forse, la più grave. E’ l’introiezione di una dimensione di
allarme costante che ci domina e ci spinge ad agire in maniera distaccata dalla nostra
volontà e, dalla nostra ragione (reazioni emotive incontrollate, pulsioni di aggressività,
somatizzazioni di ansia, pensieri costantemente orientati verso il futuro dimenticando
l’attimo presente, totale autoconsegna al destino e a ciò che ci riserverà,
atteggiamento supino, immobilità fisica e mentale, dolore per ricordi passati,
autocommiserazione, timore nel futuro, crisi sulla propria stabilità lavorativa e sulla
propria vocazione verso la professione che svolgiamo, immaginare e vedere brutte le
cose che fino a prima ci apparivano belle, calo del desiderio, in ogni ed i tutti i sensi
Ecco, compito del pedagogista, ancora una volta, è quello di CAUSARE IL
Ritengo, come ricercatore, che le buone prassi siano quelle di:
La prima fase, quindi, è quella di mettersi a disposizione dell’altro solo dopo
aver analizzato se stessi ed evitare accuratamente di stabilire relazioni e consulenze
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se riteniamo di trovarci in una situazione di “decentramento” da noi stessi e, cioè, se
abbiamo paura “per”, “di” o “in” noi stessi,, poiché questo darebbe il via ad un
contagio assai più pericoloso e per il quale non esistono cure, vaccini o quarantena.
Un contagio che potrebbe espandersi a macchia d’olio attraverso le persone che si
rivolgono a noi per le relazioni di aiuto.
Se, invece, siamo solidi, liberi, compatti, possiamo aiutare le persone a “auto-
liberarsi” dalla paura, ad esempio aiutandoli ad effettuare un esame di realtà, ciascuno
sulla propria attuale situazione o condizione emotiva.
Spesso la capacità di ascolto che dobbiamo, come pedagogisti, sempre avere,
aiuta l’altro e “liberarsi” delle proprie paure potendole esprimere e, quindi,
estroflettendosi. Ciò, come più volte detto, implica una RE-LAZIONE efficace nel
setting pedagogico in consulenza libero-professionale e, spesso, proprio all’interno di
questo “assetto” reciproco è possibile trasmettere la nostra disponibilità verso l’altro
Ad esempio, come noto (e qui cito il Dott. Vittorio Cei Psichiatra, scrittore e già
dirigente di CSM) il FARE è nemico del PENSARE. La creatività non è solo la
realizzazione di un disegno o cucinare un dolce, ma è riscoprire la propria capacità di
Questa è una grande occasione per poter riscoprire il coraggio che è dentro di noi. La
pandemia come occasione è una pandemia agita e non subita.
Così si dica per le varie altre declinazioni ut supra richiamate.
Non c’è bisogno di fare test di intelligenza (che lasciamo ad altri), per affrontare questo
momento difficile. Noi possiamo educare cioè TIRAR FUORI le risorse che sono
nascoste dentro le persone che, appunto, nell’educere, riscoprono insieme al
problema la capacità sopita di tirare fuori le proprie capacità risolutive.
E’ così’ che problema e la soluzione si bilanciano.
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Ritengo, a tal proposito, che l’antidoto alla paura non sia il coraggio ma la LIBERTA che
si esprime attraverso l0’azione e, quest’ultima, attraverso la volontà.
Il Secondo passo, che poi è contemporaneo e contestuale, è quindi quello di lavorare
La volontà, spesso mortificata dalla paura, si ritrae dinanzi al problema. Rialimentare
la volontà, intesa come capacità e strumento per poter spostare la propria visione
delle cose in un’altra prospettiva, è una best practice indispensabile.
Ciascuno di noi professionisti conosce, in base ai propri studi ed alle proprie
ricerche, le metodologie di dialogo e di consulenza da porre in essere ma, forse, non
tutti abbiamo chiari gli obiettivi principali e più urgenti da perseguire.
Ecco in questa breve riflessione, ho cercato di offrire il mio piccolo contributo
“creativo” proprio per prendermi cura di me stesso attraverso la RE-LAZIONE con voi
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